Domenico Agasso ci racconta del viaggio di Papa Francesco in Iraq

Domenico Agasso, vaticanista de “La Stampa” e, insieme con Andrea Tornielli, autore di 'A piedi nella notte. Camminare insieme verso casa' e, più recentemente di 'Dio e il mondo che verrà', è stato uno dei giornalisti accreditati al seguito di Papa Francesco nel suo recente viaggio in Iraq. In questo articolo ci aiuta ad immedesimarci nello sguardo e nella commozione del Papa e di quanti lo hanno atteso e accolto “fra le tante scene potenti e struggenti” di quelle giornate. 

Il Papa in Iraq ha pregato fra droni e cecchini, chiedendo di fermare guerre e massacri. E di essere artigiani di pace. Davanti a lui Al Sistani ha rotto la tradizione e si è alzato in piedi, affermando poi che «qui i cristiani devono poter vivere in sicurezza e libertà». Francesco ha invocato Dio tra le ferite di Mosul, incoraggiando la gente a «ricostruire». E nella piazza delle Quattro Chiese distrutta dall’Isis dice: «Il perdono è la parola chiave». Sul volo di ritorno dai tre storici giorni (5-8 marzo 2021) della visita apostolica in Mesopotamia, il Pontefice, fra le tante scene potenti e struggenti, non ha dubbi sul simbolo del viaggio: la mamma di Qaraqosh che perdona gli assassini di suo figlio, i tagliagole dell’Isis. «Mi sono commosso», rivelerà il Vescovo di Roma sull’aereo che lo riporta a Roma.
Jorge Mario Bergoglio, il primo Pontefice a camminare sulla terra di Abramo, giunge il 5 marzo in una Baghdad blindata e in lockdown. Essere lì per Francesco è «un dovere» verso una regione «martoriata da molti anni». 
La prima meta è il palazzo presidenziale, dove Saddam Hussein incontrava i capi di Stato. Francesco grida al mondo: «Tacciano le armi! Se ne limiti la diffusione, qui e ovunque!». E poi, il richiamo contro «gli interessi di parte», in particolare «quegli interessi esterni», di attori evidentemente non iracheni, «che si disinteressano della popolazione locale».
La Cattedrale di Sayidat al-Nejat (Nostra Signora della Salvezza) il 31 ottobre 2010 fu attaccata dall'Isis durante la messa. I miliziani assassinarono 48 persone, tra loro due sacerdoti, oggi sepolti nella cripta. Il Papa ricorda i «nostri fratelli e sorelle morti nell'attentato terroristico. La loro morte ci ricorda con forza che l'incitamento alla guerra, gli atteggiamenti di odio, la violenza e lo spargimento di sangue sono incompatibili con gli insegnamenti religiosi». E rammenta «tutte le vittime di violenze e persecuzioni, appartenenti a qualsiasi comunità religiosa».
6 marzo. Jorge Mario Bergoglio vola a Najaf, città santa degli sciiti, per bussare alla porta dell’Ayatollah Al Sistani, leader spirituale che quasi mai riceve visite. Nei 45 minuti insieme il Pontefice e l’Ayatollah aprono scenari di riconciliazione non solo per l’Iraq, ma per tutto il Medio Oriente. Francesco evidenzia «l’importanza della collaborazione e dell’amicizia fra le comunità religiose perché, coltivando il rispetto reciproco e il dialogo, si possa contribuire al bene dell'Iraq, della regione e dell'intera umanità», racconta il direttore della Sala stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Il Grande Ayatollah non si alza mai in piedi per ricevere qualcuno, ma non va così con Francesco: si è alzato in piedi al cospetto del Papa. Passano pochi minuti dopo il colloquio, e Al Sistani rilascia una dichiarazione sorprendente: «I cristiani, così come tutti i cittadini iracheni, devono vivere in pace e in sicurezza». 
Quattrocento chilometri più a sud c’è la Piana di Ur, dove, secondo la tradizione, il «Patriarca di molti», Abramo, dialogò per la prima volta con Dio. Viene indicata come il luogo di nascita del Patriarca che unisce i destini di ebrei, cristiani e musulmani. Qui è in programma l’incontro interreligioso voluto da Francesco. Il Papa lancia un appello contro «ostilità, estremismo e violenza» che definisce «tradimenti della religione. E noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione». Chi ha fede «rinuncia ad avere nemici. Chi crede in Dio non può giustificare alcuna forma di imposizione, oppressione e prevaricazione».
A Hosh al-Bieaa, la piazza delle Quattro Chiese, le macerie della guerra sono lo scenario attorno al Pontefice che il 7 marzo prega per le vittime. Il Papa è arrivato a Mosul, dove l’Isis proclamò il califfato. Francesco cammina per quelle strade come «pellegrino di pace». Nell’ex roccaforte dei terroristi di Abu Bakr al-Baghdadi le quattro chiese della piazza (siro-cattolica, armeno-ortodossa, siro-ortodossa e caldea) sono state sventrate dagli attacchi terroristici. Proprio qui, il Vescovo di Roma scandisce: «Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, a noi non è lecito odiare i fratelli». Attorno è silenzio. «Com’è crudele che questo Paese, culla di civiltà, sia stato colpito da una tempesta così disumana, con antichi luoghi di culto distrutti e migliaia di persone, musulmani, cristiani, yazidi - che sono stati annientati crudelmente - e altri sfollati con la forza o uccisi!». 
Ma il Papa non è in Medio Oriente per lanciare messaggi di vendetta: «Oggi, malgrado tutto, riaffermiamo la nostra convinzione che la fraternità è più forte del fratricidio». Prima di lasciare Mosul, su una golf cart osserva le rovine intorno alla piazza: dirà che non immaginava così inquietanti «le rovine di Mosul: è da non credere» ciò che può fare «la crudeltà umana». E si ferma a pregare davanti a ciò che resta della chiesa siro-cattolica. 
Il Pontefice poi va a Qaraqosh, la città delle «dieci chiese», per incontrare e confortare i cristiani che erano stati cacciati dai terroristi di al-Baghdadi. Gente di ogni età attende festante il Papa. Bergoglio recita l'Angelus dalla cattedrale dell'Immacolata Concezione che l'Isis aveva devastato, trasformandola in un poligono di tiro, con statue e manichini usati per allenarsi a centrare i nemici: le mura e il cancello della parrocchia sono tuttora crivellati. Ma questo «nostro incontro dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l'ultima parola. L'ultima parola appartiene a Dio», e anche in mezzo «alle devastazioni del terrorismo e della guerra, possiamo vedere, con gli occhi della fede, il trionfo della vita sulla morte». Insieme a tutte le persone «di buona volontà, diciamo “no” al terrorismo e alla strumentalizzazione della religione». E poi l’incoraggiamento: «Adesso è il momento di ricostruire e ricominciare». Ed è decisivo puntare a qualcosa di apparentemente quasi impossibile: «Perdono: questa è una parola-chiave. È per rimanere nell’amore, per rimanere cristiani». Qualche ora dopo, sull’altare allo stadio Hariri di Erbil dove il Papa celebra la Messa conclusiva, è collocata una Madonnina «speciale»: fu mutilata nelle mani e nella testa dai miliziani dell’Isis.

 

foto Vatican media